Day 20 – Incontri

Day 20 – Incontri

Il pulmino giallo attraversava grossolanamente il deserto alzando dietro di se un gran polverone. Tutto è fermo sotto il sole cocente ed il nostro entusiasmo irrompe nel silenzio religioso che ci circonda. Pedala verso di noi una figura poco definita, un bambino. Come lo era stato per l’aviatore, la presenza di un altro essere umano in quella desolazione ci lascia spiazzati.

Il deserto di Mafraq infatti risulta essere disorientante per noi europei, questo invece è per il giovane ragazzo un territorio conosciuto e sotto la sua guida proseguiamo. Il calore risale dal suolo rendendo l’orizzonte confuso e poco definito. E’ proprio attraverso l’aria rarefatta che intravediamo mattoni e lamiere. Più mettiamo a fuoco e più si delineano i profili di una decine di case.

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E’ un piccolo villaggio che insieme ai suoi abitanti è migrato dalla vicina Siria. Ci accolgono una ventina di famiglie. Giovani donne, giovani uomini, pochi anziani e tanti bambini. Giorno e notte hanno viaggiato, sotto il rovente sole e tra il pungente freddo, tutti sempre assieme. Come le città di carta nei planisferi questa piccola comunità mussulmana sembra non esistere, dimenticata dalle città vicine e anche dai loro fratelli di fede. Il sentimento di spaesamento che naturalmente li ha accompagnati nel cammino per lasciare la propria terra, le proprie origini, è andato ad incanalarsi in una nuova energia. L’energia di chi ha voglia di ricominciare, energia di chi è riuscito ad accettare almeno in parte la propria condizione.

Ci aprono le porte della loro casa e davanti a noi un ostacolo. Un ostacolo dettato dalla differenza di cultura, di usanze e di religione. Alcuni di noi inizialmente rimangono in disparte, questa situazione li ha destabilizzati, necessitano di altro tempo, di un altra boccata d’aria fresca che riordini i pensieri che si accavallavano nelle loro menti. Qualcuno invece si lascia suggestionare da ciò che lo circonda. Cogliere la potenzialità dell’incontro, sempre mantenendo il massimo rispetto non è un compito facile. L’acqua per il the è pronta, l’uomo che la serve me ne versa una piccola quantità in una tazzina.

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Solo a fine incontro capisco come avrei dovuto berlo: assaporandolo lentamente, poco per volta, con la stessa lentezza che si usa quando le cose le si vuole fare bene. Il mio bicchiere veniva in continuazione riempito. Da dietro una tenda, sei brillanti occhi ci scrutano, quei giovani occhi sicuramente non sono abituati a vedere quei colori, quelle buffe facce aggrottate che li fanno sorridere, come biasimare il loro stupore. Immagino una reazione di mia madre nell’eventualità che io d’improvviso irrompa in salotto accompagnata da otto siriani, sarebbe una reazione sicuramente differente dal sorriso celato che si intravede attraverso il velo della donna che ci ha accolto. L’ospitalità qui è di casa. Un raggio di sole ci colpisce in viso, un’anziana signora si accosta a noi con frasi in arabo, a me incomprensibili. Un sorriso ricambiato chiarisce la situazione, anche lei ci  accoglie con lo stesso entusiasmo e la stessa premura che i beduini hanno nei confronti dei viandanti. Ora che siamo tutti presenti possiamo cominciare a raccontarci.

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Si scioglie il ghiaccio iniziando a parlare del quotidiano, ridendo e scherzando. Ma d’improvviso l’aria si fa più pesante, l’aria calda è mossa dall’unico ventilatore presente nella stanza. Inizio ad osservarla: due piccoli corani appesi al muro da una cordicella, un ramoscello dorato accanto alla porta, del tessuto decorato davanti alle finestre e la regolarità della trama della moquette spezzata dalla presenza di alcuni cuscini e dal vassoio del the. Penso al mio di salotto, questo è decisamente più basico. Forse la presenza della famiglia o forse le mura stesse che mi raccontano la fatica dell’averle erette e che trasudano di emozioni e di trascorso lo rendono ai miei occhi meno spoglio.

Incrocio gli sguardi dei miei compagni, iniziamo a chiederci quali argomenti sarebbe meglio non trattare e di come porre alcune domande senza dover rivangare ricordi troppo dolorosi. Qualcuno pro e qualcuno contro. Un po’ impacciati continuiamo il nostro incontro. Alcuni più tardi si chiederanno se è proprio questo il nostro limite, avere il timore di parlare del loro viaggio e della loro realtà anche quando essi stessi si sono messi a nostra disposizione. Si parla della Siria, della loro terra, di quello che hanno lasciato e di quello che forse un giorno ritroveranno. Gli occhi dell’anziana signora si fanno lucidi parlando della sua numerosa famiglia ormai sparsa nel medio oriente e il tono dell’uomo si fa più flebile mentre racconta del suo ex lavoro da meccanico. Incrocio lo sguardo della donna più giovane, seduta ascolta silenziosa, ogni tanto sorride, a volte si fa più seria, mi chiedo se abbia qualcosa da dire, se vorrebbe intervenire o no, ma i suoi occhi mi parlano, mi sorridono e si raccontano.

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Siamo arrivati alla fine del nostro incontro, l’uomo che mi sta davanti ci lascia con un paio di richieste. Ci chiede di tornare a trovarli e di pregare per una Siria libera e in pace. Mi si accende una lampadina, un’idea già conosciuta ma che ancora non avevo consolidato dentro di me. Al di là della classe sociale, della cultura, delle tradizioni, della religione c’è un canale, un ponte. Un ponte fatto di sguardi, di sorrisi, di piccoli gesti di attenzione, di “Salam’aleykum”, “Ciao”, “Inshallah” e di “Buona fortuna”, di tazzine sempre piene di the e di ascolto.

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Mi chiedo, salutando i miei ospiti, se questo canale in fondo sia semplicemente l’empatia e l’umanità che nel profondo lega ogni anima nel mondo.

Elena