Day 18 – Incontri

Day 18 – Incontri

Fuori ci aspettano dei bambini dall’espressione incuriosita. Noi stamattina siamo in tanti, in otto, e abbiamo un po’ il timore di essere troppo invadenti. Entriamo in punta di piedi da delle buie scale sul retro e sulla porta del pianerottolo all’ultimo piano c’è un uomo che sorridente ci saluta. È Hejab, che ci accoglie come amici e ci fa accomodare a terra sui cuscini della sua casa spoglia. Come da consuetudine ci presentiamo vicendevolmente e ci viene offerto del caffè turco. La sua famiglia è composta da sua moglie e dieci figli, il più grande ha sedici anni e la più piccola compie un mese giusto oggi.

Sono tutti lì seduti di fronte a noi, assieme anche al fratello di Hejab, che abita poco distante, e anche lui è padre di una famiglia molto numerosa. Vengono da Darah, la città siriana vicina al confine con la Giordania da cui è iniziata la rivoluzione ormai sei anni fa. La loro famiglia è di stirpe beduina, in Siria avevano un gregge di cinquanta pecore, che hanno venduto prima di partire quattro anni fa. Sono partiti dopo l’arresto di un loro fratello, sentendosi minacciati dal regime di Bashar Al Assad.

All’arrivo in Giordania dopo tre giorni nello Zaatari Camp sono fuggiti anche da lì, e sono arrivati qui a Madaba. Ci raccontano come nello Zaatari fosse impossibile restare: erano una quarantina di famiglie costrette a vivere sotto le stesse tende, e per trovare dell’acqua dovevano fare tre chilometri a piedi. Ora stanno aspettando di poter tornare nel loro Paese, e intanto fanno studiare qui i loro figli, i due più grandi sognano di diventare dottori. Vivono grazie agli aiuti di Caritas e dell’UNHCR e ai pochi soldi racimolati da Hejab con qualche lavoretto in nero.

Gli chiediamo quale sia il più bel ricordo della Siria, e Hejab risponde “My wife”, facendo sorridere tutti.

Alla domanda sul futuro della sua Siria, Hejab risponde “Inshallah”.

Il sorriso di quest’uomo è un sorriso sincero, vero, tutti i lineamenti del volto sembrano voler ridere con lui. Io lo guardo negli occhi, scuri, profondi, tento di capirci qualcosa. I nostri sguardi si incrociano e per qualche lunghissimo istante ci fissiamo. Sembra un’eternità. Non reggo più quegli occhi e abbasso lo sguardo, entrambi sorridiamo sottovoce. È come se ci fossimo guardati dentro.

I bambini ascoltano ammirati il padre e ogni tanto intervengono con le poche parole d’inglese che conoscono. I figli più grandi si prendono cura di quelli più piccolini.

È palpabile l’amore tra i membri di questa famiglia, lo percepisci nell’aria, lo puoi quasi toccare.

Nonostante tutto c’è allegria nell’aria, nonostante tutto si va avanti.

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Passiamo il pomeriggio nella parrocchia che ci ospita, ad Hanina, con i bambini dei profughi Iracheni, tra partite di palla avvelenata e colori sparsi ovunque.

La sera i volontari Caritas di Madaba ci preparano un piatto locale, il Mansaf: sostanzialmente agnello cotto con il latte e accompagnato dal riso. I giordani ci insegnano a mangiarlo secondo la tradizione beduina, in piedi intorno al tavolo, facendo con una mano palline di carne e riso da mettere in bocca al proprio vicino. È il piatto tipico della festa, solo per le grandi occasioni, e ci fanno capire che per loro la nostra presenza è una grande occasione. Ancora una volta, arrivati per dare, ci ritroviamo a ricevere.

 

Giovanni