Day 2 – Incontri

Day 2 – Incontri

Andiamo a dormire presto, ancora in debito di sonno dal giorno prima, con la mente già rivolta agli incontri di domani, un po’ di agitazione, un po’ di emozione.

Le strade del gruppo la mattina dopo colazione si dividono.

Arriviamo a bordo dell’immancabile pulmino giallo, probabilmente di terza mano. Durante il tragitto mi vengono in mente i visi sorridenti e bisognosi di affetto degli orfani haitiani che ho conosciuto due anni fa. Piccoli marmocchi che scorrazzano ovunque e si accollano al primo volontario che incrociano. Saranno così tutti i bambini-penso- faremo fatica a tenerli a bada. Ci presentiamo carichi di idee e muniti di borsoni con dentro di tutto, col desiderio di far passare loro una mattinata di divertimento. Ci accolgono in quattro file ordinate, devo sembrare stupita e infatti lo sono, la tutrice mi fa notare l’innaturale compostezza e timidezza di questi bimbi così piccoli.

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Mi aspetto grandi sorrisi e la consueta confusione, tipica delle classi affollate degli asili nido, invece questi bambini siriani ci osservano schivi. Siamo degli estranei. Ci sforziamo di superare la barriera linguistica col linguaggio del corpo, ma loro cercano lo sguardo d’approvazione dell’educatrice.
Ci dicono che due colori sono banditi: il rosso e il nero, uno potrebbe ricordare il sangue e l’altro suggerisce l’aggressività del messaggio jihadista. Per gioco dipingiamo loro i faccini, alcuni si irrigidiscono e scappano, la mamma ha detto che non si fa. Non cercano contatto fisico, ma si vede che sono a digiuno di considerazione: uno sguardo, un sorriso, una parola, anche se non capita, li fa sentire speciali. Sono speciali.

Fuori da un palazzo come tanti ci accoglie il padre di una famiglia che è fuggita da casa sua, a causa di una guerra di altri. Ci accompagna in una stanza povera di mobilio, la tv, una finestra, qualche materasso poggiato a terra, su uno c’è un bambino che dorme: il figlio di mezzo, 7 anni, il padre ci dice che da grande vuole fare il pilota. Ci sono altri due bambini, il maggiore vuole aprire un bazar e la piccola di casa vuole diventare dottore, per fare i denti nuovi alla mamma. Parla quasi esclusivamente il padre, che ha gli occhi stanchi ma vivaci e ci racconta del pullman clandestino che li ha portati oltre il confine siriano, in Giordania, via dalla guerra nel 2013.

Sono stati fortunati-dice- il pullman dietro di loro è saltato in aria prima di arrivare in salvo, con qualche remora gli chiediamo del loro viaggio, terminato ma non finito a Zaatari Camp, il campo profughi, da dove scapperanno nel giro di 10 giorni per poi arrivare a Salt City.

Mentre lui racconta alla moglie scende qualche lacrima discreta, giovanissima, durante la fuga dalle bombe aveva l’ultima bambina appena nata, adesso piange ma sono vivi e sono insieme. Preferiscono parlare del futuro, per quanto vago, lo capiamo dal modo in cui rispondono alle nostre domande, in modo più vivace quando ci spiegano di voler andare negli Stati Uniti, di aver iniziato le pratiche per poter partire e ricominciare.

Ci ritroviamo tutti insieme per pranzare e aspettiamo i bambini giordani del vicinato.
Passiamo con loro tutto il pomeriggio, tra giochi d’acqua, ruba-bandiera e balli di gruppo, ci sentiamo di nuovo un po’ piccoli anche noi.

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Dopo svariate docce e una cena in cortile, ci accampiamo sul tetto del palazzo, in cerchio passandoci il narghilè ci godiamo la mitezza del clima. Nonostante le luci si vede qualche stella su Salt City, verrebbe voglia di dormire fuori.

Buonanotte.

“Non avrei mai pensato di trovarmi qui, a dirigere questo posto, in un giorno qualunque dei i miei 60 anni. Ancora mi stupisco della mia stessa autorità, a volte non so come faccio a gestire tutto. Ma poi trovo sulle facce contente dei miei alunni la risposta a questa domanda. Stanno arrivando i ragazzi volontari, darò loro carta bianca, l’obiettivo è solo la felicità di questi bambini.”

Direttrice della scuola per bambini siriani

Gloria e Marica