Pasqua 2017 – Day 7

Pasqua 2017 – Day 7

Strano alzarsi e sapere che questa sarà l’ultima volta che vedrò i materassi a terra, il nostro disordine, la cucina pervasa dal profumo del caffè italiano, i ciottoli bianchi del cortile e quel cancello che non mi sono abituata a vedere a protezione di un luogo di preghiera, di comunione e di pace. Strani gli addii, eppure sono qui, davanti a questo cancello e non posso fare altro che immortalare i volti e gli sguardi che in questi giorni mi hanno accolto con tanto calore, e conservarli dentro di me. Strette di mano e abbracci e si sale nello scuolabus giallo. Direzione: Amman.

Il tempo del viaggio, degli spostamenti, non è un tempo morto. Vedo volti sorridenti e curiosi. Chi guarda incantato il paesaggio che nei chilometri si trasforma fuori dal finestrino. Chi chiacchiera e se la ride, chi dorme tentando di recuperare in un paio d’ore il sonno arretrato di più giorni, chi ripensa alle tante emozioni vissute e trova comprensione e confronto nei proprio compagni. 

Dalla terra rossa iniziano ad innalzarsi edifici bianchi e moderni, non nascondo il mio stupore di fronte alla varietà e ricchezza di questo paese che accoglie in sé realtà così diverse. Lo scuolabus giallo spegne il motore, scosto la tendina del finestrino e vedo la nostra nuova casa ad Amman. Salgo due rampe di scale e gli amici che ci accolgono mi mostrano dove staremo. L’appartamento è grande, ci stiamo tutti. È bello condividere la vita con compagni di viaggio che stanno diventando ormai una famiglia. Sei giorni non sono più pochi per conoscersi se si condividono momenti ed esperienze che non ti permettono di usare filtri. 

È giovedì santo ed è strano passarlo fuori casa, soprattutto se “fuori casa” è una terra in cui i cristiani sono una minoranza. Mi siedo in fondo alla chiesa e vedo che inizia a riempirsi, poco dopo vengo travolta dal profumo intenso dell’incenso che si sposa perfettamente con il suono orientale delle preghiere e dei canti in arabo. È difficile, quasi impossibile, capirci qualcosa. È difficile pregare in un’altra lingua, ma quando le parole diventano una barriera, arrivano in aiuto i gesti: non ci sono più italiani, giordani, spagnoli, svizzeri e iracheni, ma un’unica comunità che si prende per mano e recita insieme quella preghiera che riesce ad unire tutti i cristiani del mondo.

Questo clima di unione ci inebria fino alla fine, quando molti dei presenti non risparmiano sorrisi, abbracci e parole di benvenuto al mio gruppo per conoscere i loro fratelli italiani.

È un’accoglienza senza tregua, un calore che non si affievolisce. Mi ritrovo a casa degli amici Focolarini che ci offrono la cena per passare la serata insieme. Non servono grandi cose per star bene, in certi momenti non serve alcun programma. Dal rumore di un bicchiere sfregato sulla zuccheriera nasce un ritmo, si aggiungono la chitarra e poi le maracas, le mani che vanno a tempo e le dita che schioccano. È una festa bellissima, le voci si intrecciano alla musica, per poi svanire soffocate dalle risate. Faccio il possibile per imprimere nella mia memoria questi attimi di gioia, ma è qualcosa che va al di là delle foto che mostrerò una volta a casa. Sono felice e carica, vado a letto, ma la festa è ancora viva dentro di me.