Pasqua 2017 – Day 5

Pasqua 2017 – Day 5

Dopo una scorpacciata di pane e Nutella accompagnati doverosamente da un caffè all’italiana, salgo nel pulmino del nostro autista Boutros per recarmi all’ospedale italiano a Karak. 

In strada sembrano non esserci regole: sorpassi a destra e a sinistra, nessuna precedenza agli incroci; uniche leggi sono la libera iniziativa e il clacson usato in tutte le sue sfumature. A distrarmi dal caos in strada ci pensa la musica “shabby” dell’autista e la sua non-chalance alla guida, con tanto di cicca in bocca e gomito appoggiato fuori dal finestrino, come un Fonzie giordano. Da buon latin lover non si fa scappare l’occasione per suonare compiaciuto a qualsiasi esemplare femminile che lo rapisca.

Ad accogliere me e i miei compagni all’ospedale ci aspetta uno dei tanti sorrisi della giornata. Raida, nonostante il nostro ritardo, ci saluta e ci riceve con una gentilezza disarmante, a cui a casa non sono così abituata. Oggi c’è da lavorare. Dietro a una porta, dall’aria apparentemente innocua, ci aspetta un girone infernale che per me, mina a dell’ordine, è il perfetto contrappasso. Montagne di scatole, cartelle, faldoni e scartoffie, abbandonati in un ammasso informe da più di venti anni, popolano l’archivio dell’ospedale e non vedono l’ora di essere liberati dalla polvere e dall’indifferenza. Il timore iniziale, di fronte a questo caos, svanisce quando vediamo che Raida stessa, vice direttrice dell’ospedale, si affianca a noi, facendo del lavoro un’occasione per condividere le fatiche ma anche le nostre vite e le nostre idee. Così, quello che sembrava un banale aiuto diventa invece un momento per arricchirsi reciprocamente. E nello scambio la panoramica su questa esperienza comincia a farsi via via sempre più nitida e con essa anche il mio sguardo sui rifugiati e i cristiani in Giordania. Provo a immedesimarmi in questi ultimi, ma è difficile per me anche solo immaginare di non poter vivere liberamente e serenamente la mia fede, poiché minacciata, come loro, da fanatici terroristi, solo in quanto credente in Cristo.

Quella cupezza che le parole di Raida mi suscitano viene presto diradata dai saluti e dagli sguardi curiosi dei tanti bambini e ragazzi che incontriamo tra le vie vivaci della cittadina, fuori dall’ospedale. Ma è inoltrandoci nel suq (mercato) che veniamo travolti da suoni, odori, colori, ma soprattutto dal far accogliente di tutti quei venditori che ci rivolgono calorosamente il loro “Welcome in Jordan”, offrendoci un tè o un caffè nel loro negozio.

Questa bontà d’animo, ritrovata in tanti volti e in tanti gesti, sembra non avere fine, poiché l’amico e poliziotto Walid, che molto spesso è tra di noi in queste giornate ad Adir, ci offre una cena con i fiocchi, a base di falafel, shawarma, patatine fritte, hummus e saltine varie.

La sua generosità mi accompagna al tramonto di questa giornata, piena di gratitudine di fronte a tanta gratuità.