@Storytelling2016 – Day 5

@Storytelling2016 – Day 5

Sono giorni intensi e il caldo certamente non favorisce il mandare giù certe storie che ci vengono raccontate da famiglie che hanno dovuto lasciare tutto.

Stiamo imparando molto e per il momento stare in silenzio è il miglior modo per rendersi disponibili.

La mattina ci dividiamo in tre gruppetti. Il più numeroso va alla parrocchia più grande di Madaba per intrattenere i ragazzini giordani che la frequentano, con giochi, laboratori e classi di italiano.

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Un altro gruppetto, invece, dà una mano ai volontari Caritas nei loro uffici mentre aumenta il via vai di persone siriane, irachene o giordane che hanno bisogno di ricevere aiuti di tipo legale e sanitario.
I ragazzi che mancano all’appello stanno con i volontari Caritas che raggiungono di casa in casa (e spesso di tenda in tenda) i profughi che vivono nei dintorni della città. Li vengono consegnati i voucher con cui possono pagarsi i beni primari per sopravvivere  (cibo e acqua) e il più delle volte hanno bisogno anche di medicinali, soprattutto per i bambini più piccoli, dato che sono i primi che si ammalano.

Per pranzo i gruppetti si riuniscono alla “base”. Una condivisione delle attività svolte la mattina e arrivano subito le tre di pomeriggio. Organizziamo gli incontri con le famiglie irachene e si riparte. Non è semplice racchiudere per scritto quello vissuto, ma vi lascio alle parole di Massimiliano.

Rouana ha 9 anni. Gli ultimi tre li ha passati in fuga da tutto. Si trovava coi suoi genitori in un villaggio poco più a sud di Mosul quando all’improvviso arrivarono i fondamentalisti, cominciarono a mettere a ferro e fuoco le case distruggendo tutto quello che potevano.

Qualche sparso edificio rimase in piedi: ma rimasero in piedi anche delle persone. Squassate, dilaniate, lacerate nell’animo, ma sopravvissute nel corpo.

Samira parlò col marito ed insieme decisero in quattro e quattr’otto di prendere il figlio e la piccola Rouana e scappare.

Rouana capiva, sapeva, si interrogava, ma non riusciva più a parlare, era diventata muta: lo shock era stato troppo grande. Come poteva ancora parlare dopo tutto questo? Cos’avrebbe mai potuto dire ancora?

Le sue labbra, da allora, non si sono più schiuse se non per mangiare. Nessun suono è più uscito. Eppure i suoi occhi comunicano più di ogni parola.

Samira intanto accavalla le parole, grida, piange, si sfoga. È un fiume in piena, racconta la sua vita, parla del suo viaggio, parla della morte che ha visto in faccia giorno per giorno.

E mi chiede perchè. Vuole sapere da me, che vengo da un paese civile, un paese democratico, un paese libero se è giusto che lei e migliaia di persone come lei debbano affrontare tutto questo.

Mi sento microscopico, piccolo, inadatto ma soprattutto inutile. Cosa posso prometterle? Cosa posso assicurarle? Cosa mi resterà dei suoi occhi e della giovinezza rubata dei suoi figli? Non so se rivedrò mai lei e la sua famiglia, non so se reincontrerò il sorriso di sua figlia, non so se avrò mai il privilegio di sentire il suono della sua voce.

Samira piange, piange tanto. Sa che non tornerà mai più in Iraq, sa che non riuscirà mai a raggiungere la tanto ambìta Europa, ma pare importarle relativamente: Samira non chiede e non pretende. Ha con sè i suoi figli ed il loro amore, mi fa capire che le basta per tirare avanti, vorrebbe solo un minimo di felicità per loro.

Rouana si alza. Ha un curioso peluche di Winnie the Pooh che le sbuca dal collo della maglietta: chissà, forse lo considera il suo unico amico rimasto. Si avvicina alla mamma, usa le sue piccole dita per asciugare qualche lacrima, accarezza con amore il volto bello ma pieno di solchi di Samira.

È finito per noi il tempo delle sofferenza, è terminata la visita. Esco con mille domande. Vorrei partire in quarta, smuovere mari e monti, fare il “magnifico” della situazione, cambiare il mondo… perchè sono forte e determinato, ho energia e non posso restare indifferente. Ma il sogno si scontra con la realtà: in tutto questo chi siamo noi di “Non dalla guerra”? Cosa facciamo? Perchè siamo lì?

Noi italiani torneremo alla nostra vita di sempre. Mangeremo la pizza al sabato sera, andremo in discoteca, organizzeremo grigliate fra di noi, cambieremo auto, festeggeremo con gli amici, faremo casino, ci laureeremo (magari).

Ma saremo in grado di restituire veramente qualcosa a Samira e Rouana, alle decine di persone come loro che abbiamo incontrato ed incontreremo? E se la risposta è sì, cosa saremo in grado di restituire? Vorrei piangere, non so darmi risposte.

Ma a notte fonda capisco che forse questa è la vera sfida: adeguarsi alle emozioni altalenanti di una vita che non abbiamo scelto, ma che abbiamo la possibilità di plasmare a nostro piacimento. Se fare, cosa fare per loro è una scommessa che tocca a noi: e non esiste una risposta assoluta. Esiste solo una sfida: una sfida alla nostra vita.

Massimiliano