@Storytelling Day 8 – Giordania 2015

@Storytelling Day 8 – Giordania 2015

Oggi è l’ultimo giorno ad Amman, l’ultimo giorno in Giordania, ma abbiamo ancora del lavoro da fare: dobbiamo tornare da Nadia e Ishaq, da Hinda e Samir.
La mattina quindi partiamo in direzione della stessa parrocchia di ieri. Il traffico è notevole, qui la domenica è come il nostro lunedì.
Nadia è una donna forte che ha subito molte ingiustizie, l’abbiamo già ascoltata ieri.

Mio marito (un venditore di verdure) è stato ucciso a sangue freddo nel 2010 a Mosul in quello che possiamo chiamare un attacco terroristico. Un ragazzo di vent’anni gli si è avvicinato mentre era al lavoro, gli ha scambiato un saluto e poi a sangue freddo gli ha sparato alla testa. Mio figlio stava andando dal padre e per sua sfortuna ha assistito a quell’ingiustizia. Il marciapiede si era coperto totalmente di sangue. Le urla e le grida non sono servite a niente.

Buio.

Un diciottenne si merita di vedere uccidere il proprio padre davanti agli occhi?!

Depressione. Paura. Sono questi gli stati d’animo.

Oltre tutto nel 2014 arriva l’Isis a Mosul. I cristiani hanno due possibilità per sopravvivere: convertirsi o scappare lasciando tutto. Le porte delle case di famiglie cristiane vengono marchiate con una “N” per identificarle, “N” da NASRANI che in dialetto iracheno significa cristiano.

Paura. Paura dell’Isis.
Nadia e i suoi figli si sono nascosti in una chiesa per due mesi. Dopodiché scappano in macchina fino ad Erbil e portano con loro cose più semplici perché non possono partire con oggetti troppo ingombranti.
Il 10 giugno del 2014 giungono ad un posto di blocco dell’Isis.

“Barba lunga e vestiti neri”- ci racconta Nadia -“Fortunatamente non ci fanno nulla di male e ci lasciano andare, ma dobbiamo lasciare tutto. La macchina con cui ci spostavamo, i vestiti e tutti gli oggetti più cari che avevamo”.

Sono poi riusciti ad arrivare ad Amman il 24 novembre grazie all’aiuto di Caritas Jordan.
Il mondo sembra molto piccolo. Più stiamo con lei e la osserviamo e più il suo viso ci sembra familiare. Senza saperlo abbiamo già incontrato sua figlia il primo giorno in un centro Caritas a Madaba (un’ora di macchina da Amman, ma senza soldi non si va da nessuna parte).
Lei si commuove. È da molto che non vede sua figlia e Marven, il suo nipotino.
Nadia è un’infermiera, ma non può lavorare e nemmeno uscire dalla parrocchia.

Almeno qua stanno in comunità, come una famiglia, anche se non hanno una vera casa.
Le famiglie sono distrutte, le persone non possono uscire, il lavoro è illegale, non possono portare un malato in ospedale perché non ne hanno i soldi.
Questi rifugiati lasciano tutto e non hanno la possibilità di vivere.
“A metà settembre andremo fuori, dove prendiamo i soldi? La vita in giordania è cara, la Caritas ci dà una mano ma non è abbastanza!”
Ci dicono che sono già venuti ad intervistare qualche persona e a fare delle riprese per un documentario, ma cosa hanno fatto?
“Cosa potete fare per noi?”
È questa la loro preoccupazione: il fatto che non serva a nulla raccontare le proprie storie.
Ci chiedono di portare la loro voce all’ONU.

Forse quando siamo partiti non avevamo la consapevolezza di portare sulle nostre spalle questa grande responsabilità. 

Anche Ishaq vuole raccontarci la propria storia.

La sua vita è stata totalmente stravolta nel 2004, anno in cui sono morti tutti i suoi famigliari a causa di alcuni bombardamenti americani nella città di Baghdad. Solamente una sorella che in quel momento stava da un’altra parte si è salvata.
Il paradosso è che è costretto a lavorare per gli stessi americani che gli hanno rovinato la vita perché è l’unico modo che ha per guadagnare qualcosa. Ma per questo motivo molti musulmani lo consideravano un traditore e da un gruppetto di loro è stato picchiato fino a quasi alla morte.
Da qui capiamo il perché delle stampelle e cominciamo a notare che è dolorante mentre parla.
Da Baghdad è poi andato ad Erbil con la sorella, dove è rimasto fino al 2006, anno in cui è morta pure lei, morta di dolore.
Quindi Ishaq è rimasto ancora di più da solo, non aveva proprio più nessuno. È vissuto per anni in una chiesa di Mosul nella quale aiutava e faceva qualche lavoro per il prete. Lo stesso prete che lo ha aiutato a scappare nel 2014 quando l’Isis ha invaso la città.
Ishaq è costretto a tornare ad Erbil e da lì ad Amman, ma a differenza di Nadia e la sua famiglia, è arrivato senza l’aiuto della Caritas.

Ha speso tutti i suoi risparmi per pagarsi il viaggio, adesso è senza niente e non può trovar lavoro perché il suo fisico non glielo permette. Non ha nemmeno i soldi per comprarsi le medicine.
Dal 15 settembre anche lui, come tutti i rifugiati presenti nella parrocchia, dovrà sgomberarla.

Ma Ishaq non è nemmeno iscritto alle liste della Caritas e non sa cosa fare. È senza niente. Non ha più nessuno. Porta con se solo le sue stampelle.

Ha avuto una vita difficile, impossibile, e ora ha un futuro ancora più oscuro.
“Io non ho futuro” – gli esce dalla labbra, con il viso rassegnato e le lacrime agli occhi.

Questa differenza di vita che c’è tra noi e lui è INGIUSTA!
Un uomo non può risponderti che non vede futuro davanti a sé.
Sono storie incredibili e assurde, e lo diventano ancora di più quando sai che sono vere e ti vengono raccontate davanti gli occhi.
Sono queste ingiustizie che ci spronano e ci danno la forza di andare avanti perché non possiamo rimanerne estranei ed indifferenti.

Siamo giovani ma faremo tutto il possibile! Questa è la nostra promessa.

#Jordan2015 #NonDallaGuerra