Vita sotto l’occupazione israeliana: la straordinaria storia di Hashem

Vita sotto l’occupazione israeliana: la straordinaria storia di Hashem

Sono una studentessa di lingua e cultura araba e l’11 Settembre sono tornata dalla Palestina.

Ero partita con ottomila progetti, ufficialmente per insegnare musica ai bambini a Nablus, ma con in testa la volontà di scoprire, per quanto possibile, quale fosse la realtà delle cose in West Bank.

Hebron, che ironicamente in arabo significa “l’amico”, “l’amante”. Come mi avevano preavvisato è la città in cui l’occupazione israeliana è in assoluto più sentita, più visibile e più violenta. È una delle più grandi della West Bank, con 200.000 abitanti.
Dal 1997 è stata divisa in due zone: H1, palestinese, ed H2, sotto totale controllo israeliano, secondo il protocollo di Hebron, mentre per gli accordi di Oslo, Hebron farebbe parte dell’area A ovvero sotto totale controllo palestinese.
H2 è composta 4 colonie inserite dentro alla città (mentre solitamente si tratta di villaggi fortificati, costruiti vicino a città e villaggi palestinesi), sotto forma di case adiacenti ad abitazioni palestinesi preesistenti o addirittura costruite ai piani superiori o su pilastri che sovrastano zone considerate sacre per la religione ebraica. Sono state fondate nel 1968 da 400 coloni protetti da 2000 soldati, e riguardo a questo la modalità può sembrare assurda: si trattava di un pellegrinaggio per fedeli ebrei, per festeggiare “Pessah” nella città sacra di Hebron, sacra in quanto lì si trova la tomba di Abramo. Quei fedeli non hanno più lasciato la città.
Da quando sono state fondate queste colonie alcune delle strade centrali della città sono state chiuse da cubi di cemento e reti; la più importante era Shahada Street, nella quale sono stati sbarrati tutti i negozi, alcuni molto importanti (nell’intero quartiere se ne contano un migliaio di forzati alla chiusura), ma sono stati sbarrati anche gli accessi alle case dei palestinesi, che per poterci arrivare fanno deviazioni lunghe fino a 20 km.

Con le mie compagne di viaggio ho avuto la fortuna di avere un contatto, una persona di Hebron che ci ha spiegato tutte questo, e da cui sono tratte tutte le informazioni che sto scrivendo adesso.
Si tratta di Hashem, un uomo dalla storia incredibile, che spesso accoglie volontari internazionali in visita per raccontare le proprie attività e per far loro fare una visita guidata della sua città occupata. Lui vive infatti in H2, dove si trova tutta la sua famiglia, nonostante i numerosi tentativi da parte dei coloni di farlo sloggiare.

Hashem è il gestore di un centro, “Ibraheem al-Khaleel Society”, dove si tengono lezioni per i bambini, corsi di psicologia per la resistenza passiva (per non avere mai reazioni violente contro i coloni), corsi di prevenzione per il cancro e anche corsi di educazione sessuale per le donne. Ci mostra una stanza arredata con giochi per bambini, ed alcuni disegni che hanno fatto a tema libero. Un risultato è molto interessante:

questa bambina ha disegnato i suoi amici, collegandoli con delle brevi frecce, e dall’altra parte un soldato, il suo nemico.
Hashem ci spiega, nel suo ufficio:
“Non siamo contro gli ebrei. Sono stato accusato di essere antisemita, ma essere antisemita significa essere contro l’umanità. Siamo contro l’occupazione, cioè contro i sionisti. E contro di loro, totalmente, con tutto me stesso”.

Nota storica: con sionismo si definisce un movimento nazionalista nato con stampo politico e laico, per la formazione di uno stato di Israele, e non religioso, ma dal 1968 ha fatto sempre più uso della motivazione religiosa per perseguire l’occupazione della Palestina, quale territorio sacro anche alla religione ebraica.
I coloni, come in parte già spiegato, sono cittadini israeliani che accettano di vivere al di fuori dai confini “definiti” dello Stato di Israele per procedere all’occupazione. Solitamente il procedimento si avvia con la costruzione di una base militare israeliana in territorio palestinese, quindi una zona viene resa protetta, per permettere poi la costruzione di edifici a scopo abitativo che verranno occupati da famiglie. A mano a mano che gli anni passano, queste famiglie acquisiscono il diritto di rimanere dove si trovano.
Nel 2006 il centro Ibraheem al-Khaleel è stato forzato alla chiusura per 5 anni, ma nel 2011 è riuscito a riaprire. Ha anche ottenuto l’apertura dell’unico negozio del quartiere, attraverso Amnesty International, ma solo per riuscire a dare un lavoro ad un cittadino disabile che non può spostarsi dal lì per guadagnarsi da vivere.

Hashem ci mostra poi un cimitero ebraico, costruito in un terreno donato in segno di pace da una ricca famiglia palestinese. Ci spiega che la presenza ebraica in Palestina è testimoniabile solo per 75 anni nel periodo di Davide, e che recentemente sono stati molto più presenti in zone come Egitto ed Arabia Saudita. Quindi la maggior parte delle rivendicazioni attuali è falsa, ed effettivamente alcuni dei documenti usati per ottenere i terreni sono falsificati.

Hashem adesso è “agli arresti domiciliari”: a causa delle sue attività gli è stato vietato di uscire dal quartiere. Sono ormai due anni che per accogliere i propri amici si può spingere solo fino ai confini di H2, fermandosi ad ogni checkpoint interno (costituiti da linee rosse segnate sull’asfalto, dove i palestinesi sono obbligati a farsi controllare i documenti), proprio come ha accolto anche me e le mie compagne di viaggio.
Prima, lavorava come medico per le Nazioni Unite, ora esercita gratuitamente nel proprio quartiere e dirige il centro che ci ha mostrato.

La cosa che immediatamente colpisce di più nel quartiere sono i bambini: quelli palestinesi, alcuni solari e chiacchieroni, come due bambine che per noi hanno voluto ballare la dabka, la danza tradizionale, ed altri di una calma innaturale, dagli occhi grandi e tristi.
Hashem racconta che sì, effettivamente hanno notato che i bambini sono troppo calmi, ma ogni tanto soffrono di attacchi di violenza, per esempio lanciano sassi, e che non riescono a dormire da soli, né con la luce spenta, e spesso bagnano il letto di notte. Tutto questo è il risultato della pressione che ricevono ogni giorno.
Nel centro si cerca di insegnare loro anche che gli ebrei non sono tutti uguali e non sono persone da odiare indiscriminatamente, che “ebreo” “israeliano” “sionista” sono tre concetti molto diversi che non vanno confusi.

Siamo a Tel Rumeida, e ci stiamo avviciniamo alla casa di Hashem. Un timido soldato chiede da dove siamo, poi possiamo passare. Hashem mostra come siano stati bloccati gli ingressi principali alla sua casa, cosa subita anche dalla maggior parte delle altre abitazioni del quartiere. Filo spinato, cemento, cumuli di sassi, l’importante è che l’accesso sia scomodo e lontano dalle strade delle colonie.
Per arrivare alla porta passiamo in mezzo al suo frutteto, che suo non si può più definire. I coloni gli hanno avvelenato uva, olive e fichi: guardiamo i frutti marci e le foglie macchiate.
Dall’alto i bambini dei coloni ci osservano, uno ci fa il dito.

Oltre ad avvelenargli gli alberi, ecco una lista degli atti compiuti dai vicini di casa in questi 20 anni per spingere Hashem ad abbandonare la sua casa.
Teniamo conto del fatto che la nuova casa dei coloni si trova immediatamente sopra alla sua, e che dall’adiacente abitazione di suo fratello si può salutare un soldato israeliano nella sua torretta di controllo.
-gli sono stati offerti 20 milioni di dollari
-gli sono stati offerti visti per qualsiasi stato in cui voglia trasferirsi
-gli sono state offerte belle donne israeliane (!!!)
-gli è stata tagliata la fornitura d’acqua, quindi continua a vivere la vita di tutti i giorni con acqua di bottiglia (che deve portare a casa scalando un muro di 3 metri perché le entrate normali sono bloccate!)
-una volta che la moglie era rimasta incinta, ai suoi 3 mesi, i coloni l’hanno picchiata finché non ha abortito
-succede di nuovo, ai 4 mesi.
-quindi la volta dopo Hashem vieta alla moglie di uscire di casa fino al momento del parto, che fortunatamente avviene di notte. Al ritorno a casa i coloni, infuriati dal loro successo, picchiano selvaggiamente la donna e la bambina appena nata tanto da impedire ogni altra possibilità alla famiglia di avere dei figli. Ora la moglie di Hashem è sterile.
-nel 2009 la casa è stata attaccata dai soldati, che hanno sfasciato mobili e sparato contro alla facciata (una pallottola è ancora incastonata nel muro)
In tutto questo lui non si è lasciato mai, mai cedere alla violenza. Crede fermamente nella resistenza passiva come unico mezzo per far rispettare i propri diritti, e per questo non si può fare altro che ammirarlo.
Spiega poi come funzionano le colonie: il governo israeliano non le fa nemmeno pagare, sono date gratis a persone che si rendono disponibili per andarci a vivere. Sono addirittura stipendiati per farlo (pagati dal governo e dai sionisti americani), soprattutto se generano molti figli (lo scopo è quello di superare i palestinesi, mica troppo difficile ora che hanno smesso di avere quattro mogli!).
David, un ragazzo americano che ha passato la giornata con noi, sta facendo un viaggio di un anno per ricerche sulle relazioni internazionali, ed ha avuto occasione di entrare in una colonia israeliana adiacente a Ramallah, la capitale della West Bank: i coloni, totalmente alienati dal mondo esterno, gli hanno chiesto se le case palestinesi avessero i mobili. Altri pianeti.
Alcuni ebrei palestinesi, presenti in città prima dell’occupazione, si rifiutano di dare la casa al governo e di comportarsi da coloni, ma vengono fermati in qualità di “ebrei che non fanno il loro dovere”. Qui la storia di uno di loro.
A casa sua ci mostra 4 video, ecco i link di questi e altri che riguardano la zona in cui vive.
Come si può vedere, la polizia non interviene mai. Né quando si picchiano donne incinte, né quando i bambini si aggrediscono con una violenza che non dovrebbero avere. I soldati non hanno nemmeno il permesso di rivolgere la parola agli internazionali, quindi finché possono ci ignorano totalmente.

Ci mostra poi la scuola che frequentano i figli, protetta da muri e grate. Perché? Perché i soldati israeliani fanno di tutto per impedire il sereno svolgimento delle lezioni: lanciano sassi contro le finestre, saltano sul tetto, hanno pure incendiato gli alberi del cortile. Come si vede da uno dei video, i bambini palestinesi quando escono da scuola devono fare una deviazione (perché non possono passare nella strada principale), sulla quale vengono bersagliati da sassi lanciati dai bambini dei coloni. Quella strada l’abbiamo fatta anche noi, e nello stesso punto del video c’erano altrettanti bambini con la kippah che ci osservavano.
Ora capisco perché quegli sguardi…

Come vede lui la soluzione politica attuale, a livello di Stato?
Secondo lui, l’idea migliore e unica possibile è quella di un unico stato democratico. L’unico modo per mantenere 2 stati separati sarebbe una gestione totalmente diversa dei confini e la cessione del porto e dell’aeroporto alla parte palestinese.
Per ora, i confini sono unicamente stabiliti dalla forza militare, non dagli accordi politici.
La stessa bandiera di Israele, la stella di Davide in campo bianco, fra due linee azzurre, indica il fine dello Stato: trovarsi fra i fiumi Tigri ed Eufrate. Ben oltre i confini stabiliti al tavolo delle trattative.
Secondo Hashem, e anche secondo me, è assurdo che siano proprio due religioni così simili come Ebraismo e Islam a trovarsi contrapposte. La radice, insieme al Cristianesimo, è assolutamente comune.
Abbiamo tutti la stessa storia antica, valori ed idee simili, che senso ha combatterci?
Secondo lui, fra l’altro, un vero musulmano può essere tale solo se crede anche nelle altre due “religioni del libro”.

Ma le cose nonostante tutto stanno cambiando. Nel cessate il fuoco della guerra di quest’estate Hashem non credeva, perché da che mondo è mondo Israele non ha mai rispettato un patto, quindi due parole dette non valgono niente, non quanto le azioni. Ma altrove tira un’aria diversa: ci sono manifestazioni a Tel Aviv contro le azioni di Netanyahu, gli stessi sopravvissuti all’Olocausto hanno mandato una lettera di protesta contro l’attuale governo israeliano, più paesi si sono accesi di proteste contro gli evidenti crimini commessi durante la guerra.
Ma oltre al conflitto armato e diretto, continua anche l’occupazione: io stessa, proprio finché sedevo nel salotto di Hashem, ero stata avvisata che la città di Nablus, dove stavo vivendo, stava venendo circondata da soldati e che durante la mattinata era stato occupato un villaggio adiacente, Madama, in cui sono stati arrestati alcuni bambini.
Forse, bambini a cui insegna una delle due volontarie con cui condivido quest’esperienza, ma soprattutto, lo ripeto, bambini.

Proprio ora, mentre scrivo questo articolo, Hashem mi dice che la situazione a Tel Rumeida, nonostante qualche ambasciatore abbia manifestato il suo interesse, non è migliorata. Ora un ulteriore accesso alla sua casa è stato bloccato, e la sua unica via di entrata ed uscita è costituita dal muro alto 3 metri.

Questa è la vita di Hashem, questa è Hebron, parte della West Bank, della Palestina, di questa situazione su cui ormai si confondono cumuli di notizie contrastanti, tendenziose, diverse da quelle che io leggevo su giornali locali. Questo è lo spaccato di verità che ho visto, sentito, scritto, e che per quanto posso voglio raccontare.
Decidete voi cosa farvene di questa verità, ma almeno riflettete su come le cose ci vengono mostrate.

Giulia Sostero, 1 Dicembre 2014